VIRUS E VIRTÙ: SE NON ORA, QUANDO?

Articolo a cura di Fabrizio Binetti

Quando ci si trova ad analizzare qualunque fenomeno, e con questo s’intende qualunque circostanza che in sé contenga un significato, ci si trova ineludibilmente a stabilire un asse di sviluppo, intensità, inizio, durata e termine. Quest’asse è il gradiente del fenomeno analizzato. Ci dice dove siamo. Allo stesso tempo il gradiente, se è verosimile che ci offre una posizione, altresì non può offrire con certezza una disamina della direzione futura, se non in termini di mere previsioni.

Si entri nello specifico: si parla del momento epocale che stiamo vivendo in merito al Covid-19.

La situazione, il gradiente per ricollegarci all’inciso, ci dice che c’è un plateau dove ci si è assestati. Bene! Si è consapevoli che il mezzo magico è nelle mani dei comitati scientifici, i ricercatori e la medicina, tutta. Possiamo dirlo serenamente.

Questo intermezzo che gradiente è? Cosa lo determina, se non l’esperienza che si andrà a consolidare vivendo giorno per giorno? Cosa determina la qualità di questa fase “durativa” che non marca né l’inizio né la fine?

Non sarà la sintesi di dati incrociati del virus e dei contagi a darci la direzione da prendere durante le nostre quarantene. Il tempo è una delle qualità della nostra esistenza che non possiamo mai cambiare. Il tempo è dato. Ciò che non è dato è la qualità del nostro tempo.

La nostra postura, i nostri obiettivi, la nostra disciplina e le riflessioni che ci concediamo in un momento difficile per tutti e per molti dolorosissimo come questo, possono diventare uno scivolo su scatenare la nostra appassionata inclinazione a vincere la pigrizia, fare qualcosa per noi stessi, per lo spazio in cui viviamo, per quella parte di noi che spesso non ascoltiamo. E allora STIAMO, semplicemente. Impariamo a  STARE. Non giudichiamoci! Sospendiamo le domande e le risposte: STIAMO con quello che ci è dato.

Rendiamo questo periodo fertile, giocoso, pregno di attenzioni per i nostri cari, chiamiamo amici che non sentiamo da anni, diciamo un “ti voglio bene” in più rispetto al passato, concediamoci quella virtù dell’esistenza che fuori si perde ma che dentro di noi sappiamo recuperare.

L’amore, la genitorialità, la carriera, il lavoro, l’amicizia, lo sport, qualunque fenomeno come questo è di per sé un dominio importante della nostra vita ma quando l’amore è troppo, quando la genitorialità è disfunzionale, quanto il lavoro è eccessivo, quando l’amicizia è solo un dare, quando lo sport diventa vigoressia, anche questi fenomeni importanti prendono strade perlustrate dal male.

Ogni fenomeno dell’esistenza è in bilico nella polarità: giusto/cattivo; storto/dritto; bianco/nero; lento/veloce, straniero/cittadino; urbano/campagnolo; colto/ ignorante . . .

Ogni virus contiene una virtù e ogni virtù contiene un virus.

Tutti i fenomeni hanno un asse temporale e una griglia valoriale cangiante che possiamo determinare.

Ciò che è chiesto in questo momento dal virus è di NON rispondere alle polarità negative e NON magnificare le polarità positive ma STARE sulla domanda: Se non ora, quando?

E allora per qualche mese, senza fretta , amiamo noi stessi davvero per una santa volta, consapevoli che questo passaggio ci insegna che nessun amore è mai sprecato e che se non è ORA, QUANDO?

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

#IOSTOACASA: UNA STRINGA DI PAROLE, UN HASHTAG E BASTA?

Articolo a cura di Fabrizio Binetti

 Lo scenario è cambiato: la condizione è al limite, le ordinanze parlano chiaro, i media fanno servizio pubblico e battono la strada dell’invito alla responsabilità. È un’esperienza che mette alla prova tutti, chi deve prendere decisioni e chi deve rispettarle.

Non è poco più di un’influenza come alcuni giornalisti televisivi hanno provato a dimostrare la settimana scorsa, non è ancora la peste bubbonica: la situazione è difficile, occorre volgere la propria attenzione alle giuste informazioni, verificare le fonti, leggere consapevolmente. È tutto ancora poco chiaro, le regole si rispettano: si chiude baracca e (burattini).

Nessun burattino: in questo lo scarto quantico. Qui sta l’opportunità: si passa dall’IO, da quella dimensione egoica di assoluta ipervigilanza del Sé a una dimensione che fa da ponte con il Noi inclusivo, quel Noi che ricorda che l’Altro sono Io e Io sono l’Altro.

Un Noi inaugurale, privo di giudizio, coscienzioso, un’azione gentile che porti riflessione, una nuova modalità di pensare il presente riconoscendo finalmente la relazione tra physis (“natura) e logos (il pensiero e il suo supporto linguistico).

E allora l’#hashtag  /iostoacasa/ diviene una stringa di parole grosse, più incarnate, dense, piccole voci che diventano un coro: parole che – se assemblate – compongono nuovi scenari pronti a divenire una piattaforma di elevazione.

Nella parola troviamo la casa, una dimora che si traduce in una reggia, un loculo che diventa una poesia, una struttura che ci rivela come siamo: la parola ci produce per come possiamo essere.

Mettiamoci al lavoro.

Componiamo! Si lascino per ora hashtags sciocchi per commentare sul divano il calcio o la Carmelita D’Urso e si provi a seminare riflessioni, speranze, ottimismo.

Il virus richiede di diventare NOI.

#noistiamoacasa;  
#l’AltrosonoIO;  
# insiemesicambia;  
#contagiamol’amore;
#siamoprudenti; 
#insiemesivince; 
#rispettiamoleregole; 
#nonabbiamoterrore; 
#perunavoltarespiriamoebasta; 
#mimanchi:tichiamo!; 
#iprossimisarannoabbraccilibidinosi
#aunmetrodanoi:ilnostroamoreèuguale…

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

LE PAROLE PER DIRLO… APPUNTI DI PAROLE NON SAPIENTI

Articolo a cura di Fabrizio Binetti

Facendo esperienza si tracciano spesso inconsapevolmente nuovi percorsi di conoscenza; spuntano a volte per caso nuove opportunità (a volte giocose, a volte coerenti con la cultura da cui siamo informati, a volte sfidanti e a volte motivo di elevazione).

Si cresce all’interno di una griglia di informazioni e modi di dire che possono collassare in un bacino rassicurante o costituire una finestra sul mondo che impreziosisce il condotto.

Sotto i piedi, davanti e sopra la testa un cilindro di parole, frasi idiomatiche e gesti che – come in una staffetta – diventano parte dei nostri modi di dire.

Umberto Eco parlava di rizoma, cioè una struttura complessa, proteiforme, non omogenea né segmentata che chiamava Enciclopedia; siamo sempre dentro a un grande archivio che ci dà e mantiene informazioni, un archivio che è la cultura da dove veniamo.

In questo archivio ci sono il dialetto, le strutture idiomatiche, modi di vestire, espressioni popolari vivaci e pizzute, i cosiddetti elementi soprasegmentali (il linguaggio del corpo), valori profondi della vita. E si trovano, non certo per sola eredità: le parole.

Le parole giungono per contagio ma non sempre con ingenuità. Andrebbero negoziate! Negoziare è come pesare.

A volte viene fatto, certamente; a volte si confida in un tessuto di rimandi culturali giovanili, giovanilistici, di moda, a volte semplicemente comodi perché utilizzati dal contesto; le pronunciamo per prassi.

Come in tutti i domini di riferimento, si sceglie un attimino di non farsi prendere dalla smania hacca24 (H:24) di parlare a busso, come quando si prende l’apericena senza riflettere che s’interviene a trecentosessanta gradi in conversazioni dove non si hanno paletti ritenendo – sbagliando – che quelle parole ci stanno.

Ci sta! Siamo certi che verremo capiti; Ci sta e le usiamo.

Il punto non è che saremmo più cool, il power non risiede nella vezzosità del linguaggio, eppure si vola basso (fly down) per non sentirsi Too Much o rischiare di essere troppo pelatosi o ancora peggio si teme di non arrivare (come si dice in televisione) e non risultare persone Vere.

Allora la si chiude velocemente per sentirsi ancora young o perché Scialla: non la si può menare nel manico con tutto, se si perde il tassativo, si finisce come un gatto in tangenziale. Crederci sempre arrendersi mai, dai!

CI STA!

L’Ape non vola sui fiori, si beve al bar la sera, la paglietta si fuma, il sound che butta fa parlare come si mangia, pieni di notizie shock e va giurato: questa ROBBA l’adoro!

Alla fine – detta come come va detta – alla fine della fiera, fa parte del pacchetto, detto questo, al netto di quello che diciamo, abbiamo tante cose in ballo, serve l’impegno di tutti. CI STA!

Pensare alle parole qualche volta, bene e meglio, senza sentirsi migliori offre maggiore sapienza a se stessi.

L’enorme filosofo del linguaggio Wittgenstein diceva: I limiti del nostro pensiero sono i limiti del nostro linguaggio.

E qui c’è il margine sufficiente per dire che questa frase arriva.

Adoro!

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

L’ITALIA AI TEMPI DEL VIRUS. LA TECNO-EUFORIA METTE IL TAMPONE AI FATTI.

A cura di Fabrizio Binetti

La parola d’ordine è “salienza”.  La salienza è quella caratteristica che dota un contenuto di uno specifico rilevanza che qualcuno accorda a qualcosa. Siamo ancora nel vago. Qualcosa è saliente se qualcuno sceglie che quel qualcosa ha una rilevanza; di per sé, quel qualcosa potrebbe anche non essere rilevante ma lo diventa perché lo si elegge saliente per qualcuno. A determinare questa salienza sono i media.

Fermi a Sanremo, dentro la bagarre Bugo-Morgan che ha sfornato una sproporzione di milioni di visualizzazioni grottesca: arriva il virus! L’effetto è quello di cancellare la sciocchezza sanremese: siamo alle prese con una faccenda serissima. Nessuno lo mette in dubbio. Si deve scegliere Bugo o Morgan, Sanremo o il Festivalbar ma non diciamo fandonie: occupiamoci dell’epidemia!

Tutti ne parlano, dai telegiornali, ai dossier televisivi (dai più disparati, i più competenti, i meno a saperlo fare, satira, contro satira, terrore, angoscia, provvedimenti restrittivi, ordinanze, studi televisivi vuoti senza pubblico, con macchinisti, trucco e parrucco al lavoro, musei chiusi, gli sciacalli degli igienizzanti e delle mascherine, i lavoratori privati, liberi di sgobbare nei negozi di scarpe, nelle catene dei supermercati, nelle librerie ): gli italiani – brava gente – si adeguano. Si seguono le regole come buon padri di famiglia. Su questo è la coscienza individuale che è in gioco, poche parole: solo grandi inchini per questo. Si fa ciò che si deve nel rispetto delle istituzioni, come ci hanno insegnato.

È evidente che il popolo italiano – a parte alcune casi sporadici – ha dimostrato che sa pensare e andare oltre le tattiche ingegnose dei media per contare le impression e raggranellare audience: il virus c’è, lo si teme, se ne subiscono le conseguenze, non c’è gioia in questo, il popolo se ne fa una ragione, il respiro è corto ma tant’è! Rivediamo anche le nostre abitudini igieniche. Si fa quel che si deve in questi casi.

Irragionevole è credere che gli italiani non abbiano la sensibilità per capire che questo crogiuolo di informazioni (incongrue, contraddittorie, al limite del procurato panico) è un prisma che non è buona inform-azione, cioè un’azione atta a dare forma all’informazioni sui fatti. Il popolo sa che i contenuti in circolazione sono a metà tra infotainment e l’intrattenimento; avendo maggiore attenzione critica, non c’è stupore se si sente l’esigenza di smentire ciò che è stato indebitamente consumato nei salotti televisivi o nei titoli dei giornali che politicizzano qualunque argomento, anche quelli seri come questo.

Si è allo sbando? Che Paese è questo? Peggio di altri? Pecoroni? L’ignoranza è meglio del corona virus?

No! Si assiste a un evento specifico di salienza manipolata simbolicamente. C’è una referenza, in questo caso, un fatto: il virus; questo fatto non lo si conosce, lo si osserva pubblicamente per conoscerlo e nel restituire i contenuti che si credono rilevanti, si costruisce una salienza di denominazione, origine, NON controllata che attenua i fatti e gli sostituisce con altri fatti, interpolazioni e interpretazioni sui fatti.

Carmelo Bene diceva: Basta con l’informazione, Disinformateci! È nota l’iperbole del genio ma il punto è avere chiaro che la membrana che divide i fatti dai commenti sui fatti è labile e allo stesso tempo potentissima. Per questo è bene continuare ad affidarsi al buon senso, alle giuste abitudini, ai valori importanti che ci hanno insegnato, alla virtù dei nostri gesti quotidiani, al rispetto delle istituzioni e credere che a volte NON credere non è protervia ma un gesto di libera appropriazione di salienza!

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

SA(N)REMO D’ACCORDO: SANREMO E’ SEMPRE SANREMO

Dimmi perché ma perché ma perché negli occhi miei non guardi mai (Dino); che colpa ne ho se un cuore è uno zingaro e va (Nicola di Bari); una terra promessa un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri (Eros R.); dalla mamma dai, questa sera lasciamo qua i problemi e quei discorsi sulle rughe e sull’età (L: Barbarossa); vattene amore che pace più non avrò: magari ti chiamerò trottolino amoroso, tutù dadà (Minghi e Mietta).

L’elenco non è semplicemente incompleto, non può coprire la storia di un evento musicale che non è meramente una kermesse. Su quel palco è in scena la grandezza e la miseria di un paese con i suoi eccessi e le sue contraddizioni, questo come tutti i prodotti audiovisivi di enorme successo.

L’elemento fondamentale non è ovviamente la creatività. Ciò che passa è ciò che funziona, come in tutte le performance che si rispettino. Il rumor sovraintende la musica, il refrain ruffiano ingaggia un pubblico vasto e il materiale da repertorio è relegato al premio della critica che chissà vota sempre la decadenza, il pensamento sociale, la protesta.

Sanremo è un plot, ha uno schema di narrazione preciso che si reitera ogni anno magistralmente: prima la liturgia, poi lo scanzonato, per passare all’Ama-deus che consola tutti con la sua bonarietà. Suicidi annunciati, liti meravigliose, siparietti telefonati, abiti mozzafiato, beneficenze acclamate, canzoni per tutti i gusti e per tutti.

Parlare bene di Sanremo sarebbe doveroso, parlarne male è facilissimo: tutti lo vedono, tutti ne scrivono e – nel vederlo – spiano nel paese come butta (si dice a Roma).  Ha una funzione sociale: nella gara i campioni si metto in gioco con le loro canzoni e le proprie imperfezioni live, l’occhio del grande fratello non perde un pezzo e il giorno dopo c’è materiale per parlare, per fare pettegolezzo (ora si parla di gossip), le famiglie si fanno due risate, le coppiette preparano i pop corn, gli snob fanno suonare i Radiohead e tra qualche settimana ci metteremo in pericolo con parole più tranquille.

Di certo è la kermesse meno alternativa e la più popolare. Senza Sanremo non potremmo conoscere l’alternativa e senza Sanremo non potremmo sapere l’estratto di una selezione nazionale-popolare che più preme inscenare. Una selezione, un corpo di linee-guida che svelano anche i bordi dove è possibile – se si vuole – posizionarsi per arricchire la propria identità.

Sa(n)remo d’accordo: la kermesse è un ottimo omogeneizzato, in nomination va chi sfida il confessionale del gusto unico e vince chi perde su tutti in originalità:

I latini dicevano che In medio stat virtus e che sarà mai se per una settimana si sceglie di essere un paese di virtuosi mediocri, dei falchi a metà: un paese indifferente che sorvola già ah ah, tutte le accuse, boschi e città…

Nitzsche che dice: Boh

Nitzsche che Nitzsche: Boh Boh

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

VUOI IL MIO POSTO: PRENDI IL MIO HANDICAP

Alla base di ogni progetto di comunicazione c’è una narrazione soggiacente. Qualunque campagna pubblicitaria promette un oggetto di valore a cui si acconsente tramite l’acquisto. Se si acquista, si manifesta un’aderenza simbolica all’oggetto che si fa proprio. Questo vale dalla pasta integrale all’auto utilitaria, dal rubino allo scolapasta: ogni prodotto propone una narrazione che incarni una lettura sia in sede di generazione che in sede di consumazione.

C’è chi afferma (e non si nega che sia un precetto difficile da confutare) che il senso prenda forma narrativamente.

Ogni oggetto – dal design alla cover di un disco, dalla confezione di un abito alla realizzazione di un sofficino – presenta un discorso, fatto di frasi, punteggiature, allusioni simboliche, vuoti semantici da colmare, immaginari e nuclei di senso precisi ed efficaci.

Ogni discorsività narrativa prospetta un premio: se si sceglie una crema all’acido ialuronico, il messaggio presenterà una pelle lunare e splendente; se si compra una jeep, il proprio status sarà più ruspante e solido; se si acquista un disco di tarantelle, il proprio sound volgerà verso il locale e così via. Si prospetta un premio, una sanzione positiva. In questi casi la manipolazione pubblicitaria volge alla premialità. Niente di controverso.

Osserviamo la comunicazione del parcheggio Tanari a Bologna, atta a segnalare il divieto di occupare il posto-auto destinato alle persone disabili: “Vuoi il mio posto: prendi il mio handicap”. La manipolazione del progetto volge al negativo: si prospetta non una premialità ma un’intimidazione: se si prenderà (ed è implicito l’avverbio /indebitamente/) il posto, è il caso (un altro implicito) che il trasgressore debba accollarsi l’indebito handicap.

Ciò che stupisce non è l’originalità del messaggio che non si nega essere pervicace ma la struttura semantica con cui il messaggio viene arrangiato narrativamente.

Perché si possa essere civili, è necessaria la prospettazione di una sanzione in negativo, ciò che non vale per una bellissima crema all’acido ialuronico. Non si è mai vista una pubblicità in cui si comunichi una crema ringiovanente e si chieda al destinatario di usarla per evitare di essere solcati dalle rughe (Magari prospettando loro l’immagine di un uomo o una donna martoriati dalla vecchiaia).

Questo messaggio – per quanto intelligente –racconta rovinosamente altro: siamo ancora una società in cui per rispettare l’handicap e la disabilità è necessaria una comunicazione intimidatoria che sintetizza ancora arretratezza e mancanza di coscienza civica. Questo spiace e fa ancora tristezza.

Vuoi il mio posto? Sii più cortese a non prenderlo! Funzionerebbe? L’handicap in questa comunicazione viene usato come un deterrente, un qualcosa che in maniera grossolana è meglio evitare di accollarsi, un qualcosa di decisamente negativo che è meglio scegliere di non vilipendere con le proprie scelte: una condizione che – in verità e veramente – è meglio evitare. Che funzioni: non c’è dubbio! Ma il racconto pare ancora svelare uno scenario fortemente in bilico, è come se la buona condotta passi attraverso la prospettazione di un qualcosa di cattivo: peccato che nell’handicap non c’è nulla di sbagliato, disastroso o di irreparabilmente orribile quanto invece la stupidità di chi ha bisogno di essere minacciato per comportarsi civilmente e con coscienza: Vuoi il mio posto? Sii stupido fino in fondo!!! E allora ci mettiamo d’accordo…

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

INSEGNARE E’ IMPARARE DI ESSERE SEMPRE ALLIEVO

Insegnare una materia su cui si è specializzati, offrire contenuti attestati da un’esperienza di buon profilo, coordinare un gruppo di allievi sono attività preziose, sfidanti e complicate. Il continuo studio, l’etica, l’esperienza e la coerenza sono strumenti che supportano qualsiasi attività che si prefigga di essere didattica: siamo in un campo arato, dove il lavoro pregresso è inscindibile dall’esercizio di volontà, manutenzione e disciplina.

L’insegnamento di discipline pratiche, lo studio di una lingua, i laboratori creativi, le attività in genere che contengono una formazione artigiana ed intellettuale prevedono uno scambio energetico tra l’insegnate e l’allievo che può (e forse deve) prescindere dalla semplice dazione di contenuti.

L’insegnante non è un custode né un postino perché non ha solo il dovere di consegnare qualcosa a qualcuno: il suo non è un semplice porgere informazioni acché l’allievo le faccia sue (sarebbe innaturale e irrealistico pensarla così); c’è uno scambio naturalmente orientato a far crescere tutti i partecipanti, a illuminare qualcosa che prima semplicemente s’ignorava.

Insegnare e imparare sono prima di tutto esercizi di leggerezza. Imparare è un atto di umiltà, un bisogno di fertilità, un desiderio di evasione: è l’espressione di una lievità dell’anima, di una nobiltà e attitudine del cuore che vanno sempre premiate. Insegnare è un privilegio perché è uno strumento per accrescere la propria e l’altrui maestria.

La più piccola evoluzione (da una sottile miglioria ad un salto acrobatico evidente) è motivo di credere che ciò che si è insegnato sia un’esperienza incarnata: piccola o enorme che sia, trasformativa o transitoria, non è dirimente. Se le informazioni passano e risuonano ed è successo allora – se succede –  questo è il vero successo!

È una circostanza in cui si è al servizio di contenuti certificati, ricchi di fonti e autenticati da una pregressa esperienza, al servizio l’uno dell’altro nella reciproca attitudine per la grazia, la bellezza, il divertimento costruttivo e la gioia che ne diviene.

Insegnare è imparare sempre di essere anche allievo, sentire che l’altro è una rifrazione di una continua crescita e mutamento che non esime né chi insegna né chi impara.

A conclusione di una fase di apprendimento c’è un bilancio, qualcosa si restituisce e qualcosa si trattiene, si fa esperienza con tutto quello che questa parola può voler significare. E succede che intervengano la gratitudine e la necessità di obliterare alcune evidenze del cuore, come in questo caso – a conclusione di un corso di spagnolo – tenuto questo inverno nella nostra associazione:

“C’è una crepa in ogni cosa…. e da lì che entra la luce. Una frase famosa per dirci che grazie alle nostre fragilità ci siamo rafforzati e cresciuti insieme. Grazie quindi ai veri protagonisti: i ragazzi, che mi hanno accompagnata,sostenuta ed insegnato tanto.
Gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata poi, a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti, incoraggiandoli a costruirsi da soli ponti nuovi. 
Insegnare è – senza forse – la più grande delle arti perché i mediatori sono la mente e il cuore.
Non posso negarvi che alla fine della nostra traversata mi sono emozionata più volte ed ho fatto fatica a nascondere la mia commozione. 
Grazie per queste forti sensazioni che mi avete regalato. Abbiamo attraversato momenti difficili, ma ci siamo sostenuti a vicenda e siamo arrivati all’alba di un nuovo giorno che vi ha visti più forti a sfidare il mondo. D’altronde per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte ….” – Maria Grazia Pisani, insegnate di spagnolo presso il Centro culturale Almo da 10 anni

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

UN ANGOLO DI TEMPO E’ UN DISEGNO CHE S’IMPARA

Il tempo passa, le regole s’inspessiscono, le responsabilità crescono attestandoci su un tempo a volte fatto di routine, pressioni da smontare, obblighi da assolvere. Fortunatamente il lavoro, la famiglia e la vita da adulti non sono solo una modalità che inneggia al dover essere: spesso sono la gerla dentro cui c’è la forza di essere migliori.Sicuramente però sono tempi dove si corre. Manca il tempo per fermarsi per i bilanci costruttivi. Spesso si deve ammettere che la melodia di questi tempi è un canto che s’inceppa e non è di aiuto ammettere il bisogno di un suono che batta in levare.

E allora si cammina a passo veloce alzandosi le maniche; si spreme il limone fino a renderlo smunto in ogni sua parte e si continua ad andare avanti, nel rispetto del contratto sociale a cui si è legati. In questa performance iperventilata – per mancanza di tempo – si presume di aver compreso le dinamiche di tutto e –  inconsapevolmente e senza dolo – ci si arrende un po’.

E qui si smette di crescere.

Nella presunzione che le cose accadano perché devono accedere, si dismette la ricerca e si cessa di vedere, pur avendo sempre la vista ben vigile sugli affetti e gli obblighi di questi tempi.

In ogni modo il telecomando del televisore resta in agguato e non educa al gusto delle piccole cose che, invece, se rispolverate, possono contribuire ancora a dare una forma ai nostri contenuti. Piccoli lavoretti, nuove passioni, poche ore spese a imparare lingue diverse, riprendere lavori antichi con le mani, dedicarsi al respiro, alla recitazione, al teatro popolare, alla scrittura creativa, riprendere a scrivere con la bella grafia dei nonni, ascoltare musica non imposta dalla moda, truccarsi con creatività e amorevolezza, ripercorrere i gusti culinari del passato sono attività che possono svelare ancora tanto agli occhi che – non sapendo ancora tutto – hanno scelto di liquidare l’ “ormai è troppo tardi per imparare”.

Quando si sceglie di imparare ad imparare, la routine spaventa meno, si costruiscono nuovi bacini di linfa, si moltiplicano volentieri i sorrisi, nuovi sentieri possono schiudersi, il tempo passa con meno densità e il cellulare si spegne per abuso di non curanza e allora sognatori (certamente), seminatori di nuove forme di contenuti (possibilmente), si diventa acrobati di nuove voglie e di nuovi momenti per se stessi. Si lasciano alle spalle le tensioni e si scende da casa, decisi a comporre la propria giornata con meno sonnolenza.

Provare è già imparare qualcosa ed è come una carezza che segue un’altra e un’altra ancora più dolce. E la coccola diventa più grande, scalda il cuore e fa brillare gli occhi, si trasforma in un abbraccio grande che può diventare un piccolo viaggio meraviglioso.

Lasciando spazio al tempo che si ricava dal lavoro e dalle responsabilità, s’inaugura una piccola stanza in cui imparare ad incorporare altre possibilità che lo sguardo inconsapevolmente restituisce: SEMPRE.

Dare prova di questo significa imparare. Questa luce che sia intensa o ad intermittenza fa campo base a casa, nella relazione e nei momenti dove il concreto tende a schiacciarla.

E con precisione quell’angolo di tempo appare un oceano magnifico.

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

GLI AMICI LI PORTO OVUNQUE CON ME: SONO I MIEI (A)EFFETTI PERSONALI

Sin da piccoli succede di sentire il bisogno di condividere il tempo con altri bambini; molto volentieri viene anche programmata dai genitori la possibilità di stare in compagnia di altri coetanei, per molti motivi, spesso inconsapevoli ed ereditati, a volte pratici e a volte meno grossolani. 

Nello stare insieme ci si estende ed esplorandosi: si emerge.

Ma si ha bisogno di salire sulla giostra almeno in due. 

L’ebbrezza non basta, si vuole condividere, è un’esigenza degli esseri umani. Si sperimenta la libertà quando, in compagnia, il vento accarezza il nostro viso e quello degli altri.

Ci costituiamo in questa esigenza: l’Altro non solo diviene lo specchio che rimanda un’immagine di noi ma questa condizione di reciprocità diviene costitutiva per la nostra (de)crescita. . .

Non basta MAI quello che vedono gli occhi: si sta bene se quello che si sente può essere partecipato da altri; si fa gruppo, si scelgono le proprie comunità di riferimento nutrendosi di esperienze collettive e rapporti individuali.

È un’esigenza di fertilità. A volte ci magnifica e a volte può svilirci ma – a qualsiasi latitudine e longitudine  –  l’essere umano ha bisogno di amici con cui scendere in profondità o salire ad alta quota.

Quest’attitudine irrinunciabile è sempre nutritiva e – a volte – può essere patogena (non importa!).

Ciò che davvero importa è che – stando insieme – si aderisce alle proprie nature, si dà un senso al reale, si comprende la vera essenza di sé. Questo crea una vibrazione, a volte giocosa, a volte suadente, a volte riflessiva: qualcosa di nuovo risiede tra noi e in noi.

E succede che lo stare insieme inaugura un nuovo scenario: ci si scopre abitati da nuovi umori. Si realizza che ci sono persone fondamentali e importanti per la propria esistenza con cui sognare, stare in silenzio o fare un viaggio (che sia un rifugio montano o l’esclusivo orizzonte di un mare aperto), sapendo però che anche una telefonata, a distanza, nel momento giusto, potrebbe essere un’esperienza mastodontica.

Questo qualcuno è un Amico o un’Amica: diviene l’oggetto della nostra affezione che, come se fosse un motore non controllabile, muove l’azione del nostro affetto mostrandoci l’importanza di questa relazione. E allora i nostri amici diventano infungibili, vorremmo trattenerli nelle posture, nelle nostre parole, nelle nostre marachelle (perché no!) indossandole come monili fatti a mano, pezzi unici e speciali,ormai nostri.

E non si vorrebbe mai che fossero lasciate da sole.

E allora sono con noi, nel nostro sguardo, nella nostra eccellenza, nei nostri errori, nella comprensione che ci regaliamo: diventano gli unici effetti personali che contano.

Non c’è una regola d’ora: ci si incontra sempre e ovunque, durante un corso di trucco, durante una classe di yoga o durante uno spettacolo teatrale. Nelle relazioni d’amicizia ritroviamo il sorriso che ci manca, scopriamo il valore di chi siamo, troviamo INSIEME una vera posizione nel mondo.

A proposito di amici,  noi ci siamo!

Vediamoci venerdì 17 alle 21.

https://www.facebook.com/events/589619651598354/

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici

IL CINEMA COME DISPOSITIVO SOCIALE

Giusto un semplice film!

Sorry We Missed You è il nuovo atteso film di Ken Loach.  Il protagonista è Ricky, padre di famiglia sulla quarantina, provato dalla crisi del decennio scorso, è alle prese con la drammatica circostanza di non avere un lavoro e di vivere in affitto; la vita della sua famiglia è scandita dall’insufficienza di denaro e di tempo da dedicare ai figli e vacilla ogni possibilità di mantenere vivo il desiderio di educarli secondo la propria coerenza e i propri valori. Una famiglia di due figli, una coppia di sposi innamorati, devastati dall’insuccesso. Alla ricerca di una soluzione concreta, Ricky trova un nuovo lavoro come corriere per un’azienda (il riferimento alle multinazionali che conosciamo è esplicito); questa opportunità di lavoro non prevedere diritti che, non solo vacillano, ma sono totalmente ed esasperatamente assenti.

La pellicola ha come tema la disgregazione di una famiglia che – sebbene i problemi provochino ferite morali e spesso fisiche – continuerà ad amarsi, nonostante il clima di escalation di cui il padre di famiglia (come capita spesso) è vittima.

Il sogno è bandito come è bandita la possibilità di dedicare tempo a sé e agli affetti. Il tempo libero è perso per sempre, l’andamento è lacerante, tutto il film non presenta mai un appello al lieto fine. L’arrangiamento narrativo è violento, monoplanare, crudele. Nel film si sogna molto poco: non si stenta a credere che lo stesso spettatore si chieda il motivo per cui abbia scelto di accollarsi un simile spettacolo in cui – non a caso e ovviamente – non c’è una colonna sonora.

Una risposta sorge naturale: il film in questione non è solo un artefatto artistico, non evoca azioni o sentimenti, li mostra, li fa vedere; non è un film semplice né un semplice film né una mera diapositiva sociale ma è un dispositivo che muove il pensiero, scuote la coscienza, non giudica ma genera giudizi. Per questo è un film giusto (il verbo giudicare deriva dal latino iudico, formato da ius e da dico, ovvero “dico il giusto”), non c’è un racconto ma un pensiero disposto a farsi contenuto al di là della forma e del gusto.

L’assenza di musica è assordante. I suoni del film sono una miscela di traffico e sospiri in affanno su tutto. Come nelle associazioni culturali, come tra amici e nelle famiglie, il film inaugura una discussione, rompe il silenzio, apre il dibattito, si (dis)pone tra noi; si fa interprete di un contenuto che costringe a nutrire il dialogo, modificando le nostre credenze a volte esclusivamente locali per derivare nuovi pensieri e altri ancora (si auspica) e allora quell’ingiustizia di cui il film si fa portavoce diviene giusta, significativa: UTILE.

Ti è piaciuto? Puoi condividerlo con i tuoi amici